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Moda

La moda Sostenibile

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Il tema dell’eco-sostenibilità è sempre più frequente, in quanto ad oggi rappresenta in una forma sempre più coerente ciò che ci circonda e che delimita i nostri potenziali di acquisto. La sostenibilità è un concetto appartenente al sistema moda, ma anche ambientale ed economico. Definisce uno sviluppo in grado di assicurare soddisfacimento dei bisogni dell’attuale popolazione senza compromettere le risorse destinate alle generazioni future. Con la moda etica e sostenibile non stiamo definendo una tendenza, ma si tratta di un modo di pensare e agire su scala globale. Moda sostenibile, ecosostenibile ed etica. Queste tre definizioni vengono spesso utilizzate in maniera inappropriata a causa di criteri molto simili presenti all’interno della filiera, tuttavia una differenza esiste. La moda sostenibile mira a instaurare un rapporto armonioso sia con l’ambiente che con le persone: nel primo caso prende spunto dalla moda ecosostenibile e nel secondo dalla moda etica. Ma quali sono le pratiche dell’una e dell’altra racchiuse nel concetto di moda sostenibile? Quando parliamo di moda sostenibile ed etica non possiamo trascurare le tematiche legate alle pessime condizioni di lavoro a cui vengono sottoposti i dipendenti delle fabbriche produttive in alcune zone del mondo. La sostenibilità, in questo senso, è diventata un tema importante all’inizio degli anni ’90 quando  per la prima volta, si scoprì lo sfruttamento dei lavoratori da parte di alcuni importanti marchi di moda. Per citare qualche esempio, nel 1992 Levi’s fu accusata di non pagare in maniera adeguata i propri dipendenti; nel 1996, toccò a Nike che nonostante la sua campagna contro il lavoro minorile, si serviva proprio di minori per realizzare alcuni suoi prodotti; e nel 1998 finì nell’occhio del ciclone anche Adidas, accusata di sottoporre i prigionieri politici in Cina ai lavori forzati in cambio di un’esigua somma di denaro. Questi sono solo alcuni degli avvenimenti, la lista è ancora lunga se si considerano gli scandali che sono seguiti alla nascita del fenomeno del fast fashion, ovvero quella moda in cui la produzione avviene più velocemente e al minor costo possibile in modo da cavalcare l’onda delle tendenze del momento. Per non parlare del crollo del Rana Plaza, avvenuto il 24 Aprile 2013, quando un edificio commerciale di otto piani crollò a Savar, in Bangladesh provocando 1. 129 vittime. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento di brand e marchi che si stanno approcciando sempre più in maniera diretta al concetto di sostenibilità, delineando via via un futuro autentico e responsabile. Anche i grandi gruppi come Inditex, di cui fanno parte Zara, Berska, Oysho; H&M e Benetton hanno iniziato ad elaborare riflessioni sempre più accurate riguardo i loro processi produttivi, mettendo in discussione le loro dinamiche aziendali che ruotano attorno a quello che oggi è il sistema moda, un ambiente tanto vasto quanto inquinato. La creazione di collezioni dal titolo “conscious”, l’utilizzo di materiali più sostenibili e che rispettano l’ambiente però non fa di certo di loro un approccio sostenibile. Quanto sono sostenibili queste collezioni? Siamo veramente sicuri che tutto ciò sia sostenibile? Sicuramente il 2021 è stato definito come l’anno in cui molte aziende hanno rivisto i loro piani, e attuato qualche piccola modifica all’interno dei loro valori in quanto azienda. Il tema della sostenibilità viene trattato a volte come un “topic” che fa tendenza, quando in realtà sarebbe più opportuno informarsi a riguardo ed eventualmente agire nel proprio piccolo, adottando dei semplici gesti che possono fare davvero la differenza. Talvolta si compiono delle scelte non essendo pienamente informati a riguardo, ma soltanto per sentito dire o “pour parler”. Siamo uomini consapevoli delle nostre azioni, ma dinanzi a certe dinamiche dimentichiamo il giusto e la corretta via da perseguire. Alcuni brand adottano strategie aziendali ben precise. Ad oggi una categoria in forte crescita è quella delle borse. Nel 2021 sono nate diverse aziende o piccole realtà artigianali che hanno fatto del loro progetto sostenibile, un’importante risorsa. L’obiettivo è la costruzione di un futuro migliore, ecosostenibile. L’utilizzo di materie prime adeguate è fondamentale seppure una scelta alquanto impegnativa. La strategia aziendale di queste aziende è fondata sull’utilizzo di materiali sostenibili e riciclabili come cotone e rafia, nylon e tetrapak e materiali innovativi come scarto industriale di mela e foglie di ananas. La moda è etica quindi quando si parla di rispetto per la filiera e per le persone. THEMOIRè, noto brand di natura sostenibile che risponde perfettamente a questi principi etici e rispetta l’ambiente circostante. Il business primario è incentrato sulle borse ma si sta ampliando in altri settori merceologici come il trench. Ecco 10 validi motivi per scegliere THEMOIRè: rispetta l’ambiente, utilizza materiali riciclati, è il futuro, è autorevole, è autentico, è eco-friendly, crea connessioni tra le persone e l’ambiente, è responsabile, è cool, è Made in Italy.

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Lifestyle

La regola delle 3R: recupera, ricicla, riusa

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Il concetto di moda circolare fonda le sue basi sui principi dell’economia circolare, cioè la capacità di riprodursi da sola senza intaccare le risorse del nostro pianeta. Il risultato è una moda sostenibile, etica e responsabile.

Il cerchio si basa su un modello di produzione e consumo sostenibili, in cui i materiali e prodotti vengono recuperati, riciclati e riutilizzati, riducendo sprechi ed emissioni. Questo è importante perché l’industria della moda genera circa 20 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno ed è responsabile di oltre il 10% dei gas serra.

La circolarità della moda è una valida alternativa per sostituire il modello prendi-consuma-butta con un modello recupera-ricicla-riusa. Questo processo è un arricchimento per la società poiché trasforma i rifiuti in materiali che possono essere reimmessi nella catena del valore. Il mondo della moda essendo un’industria molto importante a livello globale può ambire a diventare un trend setter non solo sulle passerelle, ma anche nella lotta al cambiamento climatico.

Per comprendere il principio su cui si fonda la moda circolare bisogna modificare la nostra metodologia di pensiero sulla vita di ogni singolo indumento. Le materie prime che vengono adoperate si suddividono in due tipologie:

  1. I materiali naturali, che possono essere nuovamente introdotti nella biosfera (ad esempio il cotone)
  2. I materiali tecnici, il cui avvenire prevede l’arte del riciclo, quindi del riutilizzo (ad esempio il poliestere)

È fondamentale iniziare a pensare come fosse un cerchio che non mette in conto delle uscite. I tessuti che entreranno nella moda circolare finiranno per avere una forma differente come anche il loro modo di esistere, ma comunque rimarranno perennemente all’interno del cerchio. Il primo passaggio che si attua è quello di scegliere dei composti non contaminati e allo stesso tempo riciclabili, quindi dei tessuti naturali e non sintetici. Così facendo decliniamo all’istante il pericolo di riversamento di microplastiche che avviene durante la lavorazione del prodotto e anche nelle nostre case a causa dei lavaggi. Purtroppo, questo processo può rivelarsi più complicato quando le fibre all’interno di un capo vengono miscelate. È molto importante quindi prediligere prodotti composti da fibre naturali in quanto più facili da riciclare.

Come è ormai appurato, moda e inquinamento sono argomenti strettamente collegati tra loro. Uno dei maggiori problemi che sta divorando il pianeta è la moda low cost, spesso associata al termine fast fashion.

La fast fashion prevede la produzione di milioni di capi ogni giorno, consumando risorse naturali, energia e spesso sfruttando manodopera a basso costo. Per quanto tutte le catene di distribuzione parlino di sostenibilità, metterla in pratica è piuttosto complicato e in questo ambito entra in gioco la slow fashion. Si tratta di indumenti qualitativamente buoni e più duraturi nel tempo. Molti artigiani basano il loro lavoro sulla moda circolare, ed è essenziale comprendere che un capo composto da materiali riciclati non è di qualità inferiore a uno composto da materiale vergine.

Secondo Orsola De Castro, pioniera dell’up-cycling, la regola d’oro è “l’indumento più sostenibile è proprio quello che si trova nel tuo armadio”. Infatti, una ricerca condotta dal Boston Consulting Group ha dimostrato come ci si stia indirizzando molto verso gli abiti usati: entro cinque anni il mercato crescerà del 15-20% passando dai 30-40 miliardi attuali a 64 miliardi di dollari nel 2024.

Negli ultimi anni, il tema della moda sostenibile è sulla bocca di molti, non solo per una questione di inquinamento e sprechi ma anche per quanto riguarda la maggiore accessibilità ai beni di lusso, fino a poco tempo fa destinati solo a una fascia ristretta. Di riflesso, nel 2009, Fanny Moizant decide di fondare insieme a Sophie Hersan “Vestiaire Collective”, piattaforma di e-commerce che propone prodotti di lusso second-hand. L’obiettivo era quello di permettere ai propri utenti di prolungare la vita dei loro capi e di entrare in una mentalità sostenibile e circolare. Di recente, la società ha ottenuto la certificazione B Corp ed è stata la prima app di moda di seconda mano ad aver conseguito questo risultato. Attualmente “Vestiaire Collective” ha intrapreso una roadmap per la riduzione delle emissioni di Co2, lavorando per diminuire le distanze di spedizione attraverso la promozione delle transazioni locali e il potenziamento della spedizione diretta.

Cos’è e come funziona? Si parla di una app gratuita, disponibile in moltissimi paesi, che permette di vendere e acquistare capi d’abbigliamento firmati di seconda mano. È possibile installarla tramite App Store o Google Play, oppure usufruirne tramite il sito vestiairecollective.com. Oltre che vendere, acquistare o scambiare scarpe, accessori o vestiario, è disponibile anche una sezione dedicata agli articoli per la casa.

Utilizzare “Vestiaire Collective” è molto semplice ed intuitivo. Per poter usufruire dei servizi, è necessario iscriversi gratuitamente al sito o all’app.

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Moda

Traguardo Green per il Gruppo Armani: stop all’utilizzo della lana d’angora

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“Sono lieto di annunciare l’eliminazione della lana d’angora da tutte le collezioni del Gruppo, a testimonianza di un impegno tangibile per il controllo delle proprie produzioni rispetto alla tutela del mondo naturale. Credo da sempre nell’innovazione e nella ricerca di nuovi materiali e di metodi innovativi per il trattamento delle materie prime tradizionali”.

Nel 2016, in accordo con la Fur Free Alliance, il gruppo aveva già comunicato l’abolizione dell’utilizzo di pellicce animali da tutti i suoi prodotti e con questo nuovo impegno, a partire dall’autunno-inverno 2022/2023, non utilizzerà più lana d’angora per tutte le collezioni delle sue linee.

L’angora è un filato che si ricava dai conigli con una modalità particolarmente cruenta che, un’investigazione di Peta Asia, aveva già denunciato documentando le enormi sofferenze patite dai conigli usati per questo tipo di tessuto. Gli animali infatti vengono sottoposti a un vero e proprio sfruttamento, immobilizzati su assi di legno con gli arti legati, dove il pregiato pelo viene letteralmente strappato, lasciando questi animali agonizzanti.

Le barbarie compiute verso questi animali sono restate per anni invariate e con questo gesto il Gruppo Armani ha mostrato una forte attenzione verso le problematiche relative alla sostenibilità delle filiere nel rispetto dell’ambiente e del mondo animale. “Credo da sempre – dice Armani – nell’innovazione e nella ricerca di nuovi materiali e di metodi innovativi per il trattamento delle materie prime tradizionali”.

Difatti oggi abbiamo la fortuna di godere della disponibilità di caldi e comodi materiali sintetici che hanno portato la pelliccia a smettere di essere un prodotto funzionale per ripararsi dal freddo, rimanendo un mero accessorio di vanità. Purtroppo questa innovazione nel campo tessile non ha ridimensionato il numero di animali che vengono sfruttati dall’industria della moda, anzi è aumentato vertiginosamente.

Inoltre in questo periodo dell’anno, in ogni settore dell’abbigliamento, vengono proposti articoli in pelle e pelliccia, inserti, accessori o guarnizioni in pelo di animale, facendo passare il solito messaggio: bellezza e vanità si ostentano così.

Attualmente l’obbiettivo è quello di riuscire ad eliminare dalla produzione tessile le tecniche di sfruttamento sugli animali, cercando così di far comprendere ai consumatori, non solo l’interesse al commercio di prodotti tessili di alta qualità, ma anche l’interesse ad una moda più etica e rispettosa del pianeta.

D’altra parte, a livello europeo e internazionale, si registra una progressiva spinta etica, attraverso l’introduzione di regole per l’impiego degli animali nell’Industria tessile.

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Lifestyle

Il ritorno degli anni 2000

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L’acronimo Y2K deriva dall’espressione inglese Year 2 Kilo e si usa per indicare l’anno 2000. Il suo significato  proviene da un bug informatico, che si manifestò al cambio data tra il 31 dicembre 1999 e il 1°gennaio 2000 in alcuni sistemi di elaborazione dati.

Il revival degli anni duemila, che sta spopolando sui social sotto gli hashtag #y2kstyle #00fashion e profili IG come @thr0back2000s, danno una chiara idea di come i caratteri iconografici che hanno caratterizzato quella decade stiano tornando in voga. Non si parla solo di reboot di serie come Sex & The City e Gossip Girl, l’estetica anni 2000 ha colonizzato le passerelle delle collezioni Spring/Summer 22. Colori fluo, sexiness e vita bassa, sono questi i diktat per la moda della primavera-estate e disegnano una donna seducente e amante di un’estetica che non passa inosservata.

Dopo anni di discussione su temi come la gender equality, la body positivity e la fluidità, irrompe un trend che guarda ad un periodo storico che è stato caratterizzato dalla polarizzazione di ruoli, superficialità, da corpi magri e oggettificati. Probabilmente però gli anni 2000 per la Gen Z, sono un periodo da guardare per riflettere sulla rivoluzione dell’inclusione che si è portata avanti fino ad oggi , su cosa non è andato in passato. Quello che sta succedendo nel mondo della moda, si incontra con l’approccio che la generazione Z sta avendo nei confronti del revival Y2K. Oltre glitter e minigonne, la moda si sta occupando di analizzare una decade che molto spesso si guarda con simpatia, ma che in realtà è stata motore di tutte le battaglie portate avanti riguardanti concetti come la perfezione, il successo e il sesso.

A riproporre i look di questa decade così controversa, sono proprio le icone che hanno segnato lo stile di quegli anni come Britney Spears, JLO, Paris Hilton e Rihanna. Così jeans a vita bassa, mesh top, occhiali da sole a mascherina e top farfalla irrompono di nuovo nei guardaroba del 2022. E sono proprio le case di moda che hanno la forza e il potere di influenzare lo stile della società, a riproporre questo trend.

Un brand che si è sicuramente distinto per aver reinterpretato i codici del brand in chiave 2000s è stato Blumarine. Nicola Brognano, Il nuovo direttore creativo del brand fondato a fine degli anni ’70 da Anna Molinari e Gianpaolo Tarabini, cavalca l’onda del trend dichiarando: “Il mio Blumarine è più sporco, più stronzo, più sexy”.  Così in occasione della presentazione della collezione SS22 del brand, Milano diventa la California del nuovo millennio e Brognano, grazie all’aiuto della stylist Lotta Volkova, riprende il mood di questo viaggio indietro nel tempo, per riportare il divertimento e il sexiness di quella decade. 

Abiti lunghi e trasparenti, pantaloni in chiffon, micro bikini, t-shirt velate, micro shorts, capi con patchwork e golfini bordati in visone… sono questi i capi che contraddistinguono la collection. La donna Blumarine è glam, ama stare al centro dell’attenzione ed è seducente grazie a make up girlish e accessori come micro bag, bandane, stivali altissimi e cinture maxi. 

Scopri anche tu la collezione SS22 di Blumarine firmata Nicola Brognano e immergiti nel trend del momento!

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